Questa è la locandina dell’evento di due giornate che sto organizzando in Bicocca. L’appuntamento è per il 6-7 novembre. Tutte le info e la modalità di iscrizione sul sito di Numedia Biose suFacebook.
Immagini capaci di suscitare reazioni differenti. Provocano, fanno riflettere, e vedendole non si può fare a meno di sorridere. Insomma, emozioni che ogni buona forma di advertising dovrebbe innescare in chi guarda. Amore e amicizia nell’era di Facebook. Tutte le info qui.
Volete sapere quali sono i tool più utilizzati dai digital natives? Perché spendere tanto tempo, soldi e fatica per organizzare focus group, sessioni di osservazione partecipante, interviste in profondità, somministrazione di questionari, quando basterebbe chiedere un’alzata di mano? Sembra solo una battuta, ma nasconde un fondo di verità. Guardate il video, e vi accorgerete di quanto una semplice risata o un sottilissimo gesto di disappunto valgano in certi casi più di costosissimi report e dettagliatissimi istogrammi…
Tutte le info sul video e sulla sua realizzazione qui
Sempre a proposito delle riflessioni riguardanti il rapporto tra nativi e immigranti digitali, in particolare per ciò che riguarda l’ambito della formazione, riporto qui di seguito alcune anticipazioni e dati dal Report finale del progetto New Millennium Learners a cura di Francesc Pedrò
Elementi su cui riflettere sono:
l’acccesso al computer a scuola e in casa
il ruolo del computer nelle attività svolte in classe
l’utilizzo di computer e materiale digitale in generale come strumento preferenziale nelle attività formative
Negli ultimi tempi molte discipline - dalla sociologia all’informatica, dalla psicologia all’antropologia - sembrano interrogarsi sulla nascita e soprattutto sul futuro dei digital natives, ovvero le nuove generazioni nate e cresciute in un ambiente mediale sempre più digitalizzato. Alcuni la chiamano “Generazione Y“, altri hanno coniato il neologismo “Technosexual” per definire i teenager contemporanei. Il celebre brand Calvin Klein ha nel 2005 addirittura registrato il termine technosexual per utilizzarlo nelle proprie campagne pubblicitarie.
Per una sorta di strani corsi e ricorsi storici, sembra che sia difficile analizzare proficuamente lo “spirito del tempo” senza cadere nei vizi di forma del pensiero dicotomico. Ecco allora che la celebre distinzione tra “apocalittici” e “intergrati” proposta da Umberto Eco nei lontani anni ‘60 sembra rispecchiarsi nell’attualissima divergenza tra i nativi e i cosiddetti “immigranti digitali“: da una parte ragazzini di 14-15 anni a loro agio tra Playstation, iPod e YouTube, contrapposti dall’altra a coloro che, per via dell’età non più verdissima, fanno fatica sia a comprendere che ad utilizzare strumenti e servizi di ultimissima generazione.
Ci sarebbe parecchio da dire su questa dicotomia, che se è validissima come slogan e come “convenzione”, tende però spesso ad appiattire le riflessioni a riguardo, con il rischio di isolare una singola variabile (in questo caso l’età) come fattore discriminante tra i diversi approcci alla tecnologia.
Segnalo l’intervista pubblicata su oneWeb2.0 per cui devo ringraziare Stefano Besana (aka Alastor2602). Nell’intervista, suddivisa in due parti, cerco di fornire la mia opinione sul rapporto tra didattica e web 2.0 in base alla mia personale esperienza di dottorando.
Riporto integralmente l’articolo di Massimo Gaggi uscito questa mattina su Corriere della Sera.it
Di sicuro l’articolo darà seguito a un ampio dibattito, anche al di fuori della blogosfera. L’accusa contro il web riportata da Massimo Gaggi fa riferimento a un articolo (Is Google making us Stoopid?) uscito sull’ultimo numero del mensile americano The Atlantic. La prima sensazione è che una voce “apocalittica” possa muovere molta più acqua nello stagno rispetto a tante altre voci “integrate”…
NEW YORK—«Ho la sensazione che Internet stia frantumando la mia capacità di concentrazione e di osservazione. La mia mente si sta abituando a raccogliere informazioni nello stesso modo in cui la rete le distribuisce: un flusso di particelle che si muovono a grande velocità. Una volta mi sentivo come un subacqueo che si immerge nel mare delle parole. Ora schizzo sulla superficie come un ragazzino su un acquascooter ». Sull’ultimo numero di The Atlantic, il mensile culturale più letto dalle elite progressiste Usa, Nicholas Carr—ex direttore della Harvard Business Review—confessa di temere che la civiltà del «web» stia condizionando negativamente i nostri meccanismi mentali. Incide sul modo di leggere, di selezionare, di memorizzare. Ma, soprattutto, demolisce la capacità di concentrazione.