Le mie riflessioni su Design Motivazionale

by Stefano Mizzella

Ho letto con interesse negli ultimi giorni Design Motivazionale, nuovo lavoro di Gianandrea Giacoma e Davide (Folletto Malefico) Casali, che rappresenta il secondo step di un’interessante riflessione proposta dai due autori e iniziata un anno fa con Elementi teorici per la progettazione dei Social Network.

L’obiettivo principale del documento, come spiegano Gianandrea e Davide nell’introduzione, è quello di fornire “una nuova metodologia di analisi e progettazione dei sistemi a social network”. Una metodologia che ha il grande merito di porre la “persona” (non più solo “utente”) al centro di ogni fase di progettazione. Ciò significa mettere per un attimo da parte gli aspetti prettamente tecnologici e puntare all’analisi delle dinamiche psicologiche, motivazionali e comportamentali dell’individuo, esulando da qualsiasi improbabile scissione tra “mondo fisico” e “mondo digitale”.

L’incipit del progetto tende sin da subito ad indicare la strada di quelle che saranno le riflessioni e le problematiche affrontate all’interno del documento. Parlare di Design Motivazionale significa, infatti, integrare il tradizionale User Centered Design con un “criterio addizionale che permette l’inclusione delle dinamiche psicologiche, motivazionali e sociali all’interno del processo di progettazione”. Design Motivazionale significa dunque, ancor più chiaramente, riflettere in modo critico sulla debolezza di un approccio monodimensionale e tecnologicamente determinato per ciò che riguarda la costruzione o l’analisi di un social network.

Non più utenti ma persone. Non soltanto applicazioni ma anche  – e soprattutto – motivazioni, esperienze, emozioni. Il determinismo tecnologico è un tema che mi sta a cuore e che  sto cercando di affrontare all’interno della mia tesi di dottorato. Sono fermamente convinto, infatti, che sia del tutto impossibile, nonché inutile, analizzare il web contemporaneo (non lo chiamo volutamente 2.0) limitandosi a porre il fattore tecnologico come principale vettore delle trasformazioni in atto. Mi viene da sorridere quando leggo alcune riflessioni di persone che, nel tentativo di spiegare per esempio l’hype di Facebook in Italia, considerano in un rapporto strettamente causale l’aumento di connessioni ADSL con l’aumento del numero di iscritti. Chiaramente  sarebbe un errore anche porsi in modo diametralmente opposto – determinismo sociale – ma resta l’assoluta  impossibilità di relegare le componenti psicologiche e relazionali a margine di qualsiasi analisi del fenomeno, figuriamoci in ambito progettuale.

Sono partito da questo ragionamento per spiegare quanto mi senta vicino all’approccio teorico e metodologico proposto dai due autori. Condivido pienamente anche la riflessione sui social network aziendali, rei molto spesso di concentrarsi esclusivamente  sui bisogni del professionista o del cliente e quasi mai su quelli della persona, dell’individuo. Questa grossa lacuna riscontrabile in ambito aziendale  testimonia ancora una volta quanto la vera innovazione debba essere ricercata non solo nel versante tecnologico, ma anche e soprattutto in quello culturale. Spero vivamente  che siano ormai conclusi i tempi in cui consulenti col “culo foderato Hermes” (citazione dal film “Collateral”) si avvicinavano alle aziende solo per vendere la loro bella piattaforma o applicazione, tralasciando qualsiasi componente legata alla gestione “culturale” della stessa. Non stiamo parlando di secoli fa. Pensate a ciò che è accaduto durante la fase di hype (parlo sempre del contesto italiano) di Second Life. L’importante per molte aziende era costruire la famosa “cattedrale nel deserto”, senza  investire tempo e fatica nel provare a comprendere le dinamiche culturali,  psicologiche e sociologiche di quel determinato contesto.

Non basta continuare a citare il Cluetrain Manifesto per sentirsi fighi e innovatori. I mercati saranno pure conversazioni, ma in pochi hanno capito davvero che queste conversazioni necessitano di essere progettate e la progettazione, ancora una volta, non può limitarsi agli aspetti puramente tecnologici.

Tornando all’analisi di De.Mo., credo si sia capita la mia affinità teorica con quanto prodotto :) Tuttavia, non posso fare a meno di mettere in evidenza alcune criticità che sono sicuro verranno limate e ottimizzate nelle successive release. Ricordo infatti che il documento è stato ideato e distribuito in logica wiki. Veniamo alle criticità:

Al di là dell’impianto teorico di base, mi sarebbe piaciuto trovare nel documento un numero molto maggiore di casi concreti. Mi sarebbe piaciuto, ovvero, che molti degli aspetti progettuali affrontati fossero contestualizzati (per analogia o per contrasto) con web app e social network esistenti. Ci sono in alcuni casi dei brevi riferimenti a Digg o a Facebook, ma rimangono episodi isolati. Dico questo perché in numerosi passaggi ho sentito  la trattazione come eccessivamente “aleatoria”, incapace di radicarsi concretamente a esempi o modelli già sviluppati. Magari non era questo il vostro intento, ma mi sarebbe piaciuto un approccio simile a quello proposto da Joshua Porter, il quale parla di Social Design come evoluzione dell’Interaction Design rimanendo sempre legato all’analisi di piattaforme concrete. Credo che un simile approccio faciliti e impreziosisca notevolmente sia la lettura che la comprensione del documento.

Altro punto debole è a mio parere la bibliografia. Proprio per il fatto che è stato privilegiato un approccio prevalentemente teorico, mi sarei aspettato a supporto della trattazione una bibliografia più corposa di quella proposta. Certo mi rendo conto che si tratta di un paper e non di una monografia, ma vedo mancare autori che reputo molto importanti in un simile contesto di ricerca. Faccio solo un esempio: parlando di “semplicità” come fattore determinante in chiave di progettazione, mi sarei aspettato di trovare  le  riflessioni di John Maeda, che reputo uno degli studiosi più influenti sull’argomento. Dato che ci sono di esempio ne faccio un altro: si parla nel documento di approccio “ecologico”, però non vedo citato il testo fodamentale di Gregory Bateson, “Verso un’ecologia della mente”. Lo stesso vale per alcuni scritti di Keiichi Nakata, prontamente segnalati da Federico Bo. Naturalmente si tratta di preferenze e scelte personali, le mie posso essere soltanto indicazioni e nel caso letture consigliate, niente di più.

Ultimo punto: mi pare che in alcuni passaggi sia difficile capire se le indicazioni fornite possano applicarsi indistintamente sia a social network generalisti che a social network più di nicchia. Essendo questa una variabile fondamentale in fase sia di progettazione che di analisi, a mio parere questa differenziazione si presenta forse un po’ sfocata all’interno della trattazione generale.

Il documento rimane comunque un testo apprezzabilissimo nei contenuti e degno di lode per l’impianto produttivo e le strategie di distribuzione scelte. Anzi, sinceramente vorrei che fossero molti di più i documenti di questo valore messi in condivisione al di là dei circuiti (spesso troppo chiusi) di accademie o centri di ricerca. Seguirò con piacere ed interesse i successivi sviluppi del documento.