Riflessioni su Sci(bzaar)Net

by Stefano Mizzella

Foto: cat-o’-nine-tails

Con qualche giorno di “colpevole” ritardo provo a mettere insieme pensieri e riflessioni intorno a Sci(bzaar)Net, iniziativa già segnalata qui.

Al di là di complimenti e frasi di circostanza, Gianandrea Giacoma è riuscito a organizzatore un incontro davvero positivo, sia per i contenuti proposti che per l’organizzazione generale. Ammetto di essere rimasto sopreso quando mi è stato detto che l’evento sarebbe stato destinato a una ristretta cerchia di partecipanti. Più che altro, appariva contrastante l’idea di organizzare un incontro sull’accesso aperto della divulgazione scientifica e sull’Open Culture confinandolo però a un numero selezionato di speaker e partecipanti.

Ragionando ora a mente fredda sull’evento, mi accorgo che tale “chiusura” si è rivelata fondamentale per generare un brainstorming di notevole qualità, in cui persone preparatissime e motivate si sono confrontate su argomenti e tematiche non certo “generaliste”. Faccio i complimenti a tutti i relatori, capaci di organizzare i propri interventi in modo estremamente rapido, semplice e puntuale, lasciando da parte la stantia retorica accademica già sentita in troppi convegni, in troppe presentazioni, in troppi eventi.

Ho apprezzato molto, come dicevo all’inizio, anche l’organizzazione della giornata, compresa la location offerta dalla Scuola Politecnica di Design che, unendo una buona dose di tecnologia e design a un’atmosfera informale, ha favorito notevolmente il buon esito dell’incontro. Anche l’idea di organizzare interventi rapidi seguiti da una successiva sessione di brainstorming ha permesso di evitare tempi morti e picchi verso il basso per ciò che concerne il livello di attenzione generale.

Dal punto di vista dei contenuti, ho apprezzato notevolmente il focus sul rapporto tra divulgazione scientifica e nuovi strumenti del web 2.0. In particolare, è emerso in più di un intervento il fatto che molto spesso la divulgazione scientifica (parlo soprattutto di quella universitaria) risenta di un ritardo culturale piuttosto che tecnologico. Ho sottolineato questo concetto facendo riferimento in particolare agli interventi di Massimo Menichinelli, Bonaria Biancu e Federico Bo. Ho riflettuto sulla mia esperienza personale prima di assistente e ora di dottorando, e ho ripensato a quante volte negli ultimi mesi mi sia imbattuto in professori universitari desiderosi di utilizzare una piattaforma open source come Moodle in sostituzione delle tradizionali web cattedre (purtroppo quasi mai ho sentito citare progetti di utilizzo che andassero oltre questo, sfruttando appieno le reali potenzialità di Moodle). Riflettevo quindi sulla “moda” di volersi avvicinare a piattaforme open source senza tuttavia comprenderne fino in fondo la cultura . Per dirla ancor più chiaramente: che senso ha utilizzare un sistema come Moodle se poi si finisce per “ostacolare” la pubblicazione e la divulgazione dei paper e delle ricerche realizzate dagli studenti? Eppure nella mia personale esperienza è capitato anche questo…

Ho apprezzato molto Federico Bo mentre parlava di Università 2.0, forse perché sentivo particolarmente vicine quelle tematiche, come del resto si vede dalla presentazione (intitolata non a caso University 2.0) che avevo presentato lo scorso dicembre nel corso del primo appuntamento di Social Media Lab. Allo stesso tempo non ho potuto esimermi dal sorridere amaramente mentre pensavo allo stato in cui verte l’accademia italiana, e agli “anni luce” che intercorrono tra progetti come OpenWetWare e la maggior parte dei progetti nazionali. Anche in questo caso, continuo a pensare che il reale “divide” non sia tecnologico quanto soprattutto culturale, e questo non fa che rendere la situazione quanto mai complicata.

Tuttavia, gli interventi e le testimonianza dei partecipanti hanno evidenziato terreno fertile e possibili margini di manovra. Spiragli innovativi e spinte creative, a patto che termini come “innovazione” e “creatività” acquistino una definitiva legittimazione nell’accademia italiana, non solo come slogan o concetto “cool” dell’anno. Il lieto fine è ancora lungo a venire, ma un evento come questo è servito a mettere in contatto – speriamo in vista di nuovi incontri – persone che desiderano davvero produrre qualcosa di nuovo in un contesto certamente non facile come quello della ricerca, consapevoli che, almeno per il momento, in certi casi parlare di Open Culture assomiglia più a un ossimoro che a una situazione tangibile.