Life sharing directory

Lavorare a un progetto di ricerca significa selezionare e archiviare una grande quantità di materiale e informazioni provenienti da blog, social network, aggregatori e quant’altro.

Ho deciso di raccogliere questo materiale, unito ai miei appunti, all’interno di un mini blog creato ad hoc. Uno spazio più raccolto di questo, semi-privato, in cui condividere alcune tracce ancora grezze del mio lavoro.

Ho scelto posterous come piattaforma di blogging in alternativa al più famoso Tumblr. Se volete dare un’occhiata ai miei appunti questo è il link. Naturalmente siete i benvenuti.

Distribuzione a legge di potenza

Strettamente legata al concetto di life sharing su cui sto lavorando vi è anche una riflessione più ampia sul livello di “prosumerism” di un determinato sistema sociale. Non può esistere in un social network, piccolo o grande che sia, un livello omogeneo di attività da parte dei membri, indipendentemente dalle diverse azioni svolte. Fin qui nulla di nuovo, i sistemi complessi sono stati spesso rappresentati e analizzati attraverso la “legge 80/20″, più nota come “principio di Pareto”: in genere l’80% dei risultati dipende dal 20% delle cause.

Come applicare questo principio allo studio di un social network? Apparentemente l’approccio più semplice e logico potrebbe risultare quello di individuare una media tra gli estremi attivo/passivo. Clay Shirky, che riporto qui di seguito nella traduzione di Federico Fasce, propone un’alternativa al calcolo della media, definita come “distribuzione a legge di potenza”:

“Il più attivo partecipante di Wikipedia, colui che mette più etichette alle foto su Flickr e i più convinti membri di una mailing list tendono a essere più attivi del partecipante medio, così attivi, in effetti, che la misura della partecipazione media diventa priva di significato. C’è una notevole differenza tra i pochi partecipanti attivi e l’enorme gruppo di partecipanti poco attivi e, sebbene la media sia molto facile da calcolare, ci dice ben poco su ogni singolo partecipante.

Qualsiasi sistema descritto da una legge di potenza, nel quale media, mediana e moda sono così differenti, ha diversi effetti curiosi. Il primo è che, per definizione, la maggior parte dei partecipanti è sotto la media. Questo fatto può suonare strano, dato che siamo abituati a un mondo nel quale medio significa che sta a metà, vale a dire in cui media e mediana corrispondono. Il fenomeno del “sotto la media” è ben descritto nell’aneddoto che racconta di Bill Gates, il quale entra in un bar e improvvisamente tutti gli avventori diventano, in media, milionari. Di conseguenza tutti, nel bar, avranno anche un reddito sotto la media.

Quando i sistemi sociali crescono, anziché diminuire, lo squilibrio tra pochi e molti aumenta. Più aumentano i blog, o le pagine di MySpace, o i video su YouTube, più il divario tra ciò che ottiene più attenzione e ciò che ottiene un’attenzione media crescerà, così come crescerà il divario tra la media e il valore mediano. Read the rest of this entry »

LIFE sharing

E’ vero, sto trascurando il blog! Gli impegni sono tanti, ma questa non è mai una buona giustificazione per chi tiene un blog. Meglio ricominciare a postare dunque. Ho provato a sintetizzare in questo post la presentazione che ho discusso giovedì scorso all’interno di un convegno in Bicocca sulla socialità dopo il web 2.0. Mi scuso per la lunghezza del post, ma ho preferito conservare per intero la trattazione originale.

Il concetto di LIFE sharing, pensato come gioco di parole, come anagramma del più tradizionale “file sharing”, restituisce un aspetto fondamentale del modo in cui sempre più persone vivono il web: all’interno dei cosiddetti “social media” non si condividono banalmente file o informazioni, bensì tracce del proprio vissuto, delle proprie storie, della propria vita. Quando ci registriamo su Facebook piuttosto che su un altro social network, entriamo con nome e cognome, non certo con un nick del tipo “peppino84″, come invece si usava fare all’interno di chat e forum vecchio stile.

Il concetto di LIFE sharing non va inteso tuttavia come la banale risposta alla domanda “What are you doing?” intorno a cui si è sviluppato il successo di Twitter o dello status update di Facebook. Ragionare in modo scientifico sul concetto di LIFE sharing significa invece formalizzare il legame sempre più stretto e pervasivo tra web e vita quotidiana.

Questa presentazione si basa sulla mia personale esperienza di ricerca all’interno dei social media. L’obiettivo principale della mia ricerca è comprendere il modo in cui due target diversi – studenti universitari e professionisti del web – utilizzano i social media all’interno della propria vita quotidiana. Per far questo utilizzo un approccio alla ricerca e alla raccolta dei dati che definisco “immersivo”.

Iniziamo col prendere in esame il contesto di riferimento. Uno dei più famosi antropologi contemporanei, Arjun Appadurai, definiva la “modernità diffusa” (modernity at large) attraverso l’analisi di una serie di “scape” (panorami) con cui le persone costruiscono la propria identità, personale e sociale. Nello specifico, Appadurai parlava di ethnoscapes (migrazioni e “diaspore” umane), mediascapes (flusso dei simboli), technoscapes (movimento delle tecnologie), finanscapes (movimento del denaro) ed ideoscapes (flussi di idee).

Ragionando in particolare sui mediascapes, Appadurai faceva riferimento a un preciso contesto mediatico composto dai mezzi di comunicazione di massa, generalisti e prevalentemente analogici. Credo sia arrivato il momento di ragionare su di un panorama più evoluto, definibile come “Social Media Scape”: un nuovo e diverso panorama costituito dalla commistione di micro-blogging, blog “tradizionali”, social network e dispositivi mobile. In particolare, il futuro del social computing sembra destinato a svilupparsi sempre più proprio in ottica mobile: pensiamo al successo di Twitter negli States o in UK, dove piani tariffari migliori e una più efficiente infrastruttura permettono a un numero crescente di utenti di poter utilizzare il micro-blogging anche in mobilità. Read the rest of this entry »

Social Media Trendz (beta)

In che modo le tecnologie digitali si integreranno in maniera sempre più pervasiva con la vita quotidiana?  Nell’era dei social network come prefigurare il futuro dell’identità digitale e delle relazioni online? Quali saranno i nuovi strumenti e le nuove killer app capaci di rivoluzionare la vita e il business online? Cosa aspettarsi, poi, dalle sempre più numerose integrazioni tra web e mobile?

Simili domande perseguitano quotidianamente analisti, ricercatori e guru della comunicazione digitale. Il futuro del web e più in generale della comunicazione online è cosa assai difficile da prevedere, a causa soprattutto dei repentini cataclismi che ne riconfigurano incessantemente forma e sostanza. Tuttavia, molti di coloro che passano gran parte delle proprie giornate sul web – per studio, lavoro, divertimento o per tutto questo messo insieme – amano azzardare previsioni sul nuovo servizio o applicazione che a breve rivoluzionerà il modo di vivere la rete.

Se risulta difficile prevedere il futuro a breve termine del web su scala mondiale, figuriamoci quanto arduo nonché ardito possa sembrare il tentativo di fare ipotesi sensate su ciò che accadrà nel nostro paese, così restio nel valorizzare l’innovazione tecnologica e soprattutto le persone che lavorano ad essa.

Nicola Mattina è stato artefice di questo azzardo quando, tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, ha lanciato due thread di discussione nel gruppo del Club dei media sociali di Linkedin e su Friendfeed relativi proprio alla volontà di sondare i trend legati allo sviluppo dei social media nel nostro paese. Niente focus group aziendali, quindi, né interviste a guru o analisti internazionali. Semplicemente, la volontà di raccogliere idee e opinioni provenienti da un commento, da un link o da una slide.

Il risultato di questa ricerca collaborativa si sta concretizzando in una sorta di mini ebook che non ha ancora raggiunto una forma definitiva. Al di là dell’idea iniziale, leggendo la bozza di questo volumetto ho notato con piacere i contributi di grande qualità proposti in larga parte da ragazzi con cui condivido tanto l’età quanto la passione per il web e le nuove tecnologie. Certo tra gli autori non mancano professori affermati, ma il “grosso” è dato da ragazzi che, tra le mille difficoltà del contesto italiano, stanno provando a trasformare la loro passione in una professione che come tale vorrebbe essere riconosciuta, e non parlo certo solo di soldi…

Personalmente, ho proposto a Nicola alcune idee riguardanti possibili sviluppi dell’iniziativa:

  • è ipotizzabile l’utilizzo della stessa procedura di ricerca collaborativa anche per tematiche più ristrette come, per esempio, il futuro del micro-blogging, l’evoluzione del self-casting, piuttosto che il rapporto tra nativi e immigranti digitali;
  • sarebbe utile pensare a dei parametri per omogeneizzare i vari interventi, evitando quindi sproporzioni troppo marcate tra commenti lunghissimi e commenti brevissimi. Questo potrebbe risolversi indicando ai contributors un numero minimo e un numero massimo di caratteri;
  • un’iniziativa del genere potrebbe anche essere trasformata in una sezione a scadenza mensile di una testata specializzata (una rubrica su Wired?)

Le possibilità certo non mancano…

[image: Kyan blog]

Design, Arte, Ingegneria e Scienza

“Ogni professione ha il suo “altro” – altre professioni o altri gruppi a cui è profondamente legata. Una delle  differenze maggiori tra arte/scienza e design/ingegneria sta nei loro rispettivi altri.

Nell’arte e nella scienza gli altri sono il Benefattore e il Collega. Nel mondo scientifico, il collega è una parte intrinseca e manifestamente espressa di quel processo chiamato consulenza. Una verità scientifica diventa vera soltanto quando i colleghi (e non i vicini di casa, il Congresso o un’azienda) concordano nel dire che è vera. Per l’artista, il gruppo dei colleghi è fatto di altri artisti e dalla professione attinente del critico. Il benefattore è il mezzo con cui artisti e scienziati ottengono finanziamenti.

Nel mondo d’oggi questi finanziamenti provengono di solito dai governi, dalle aziende, oppure dai ricchi. Anche le università fanno la loro parte, come una volta la Chiesa. In genere i benefattori si interessano più all’artista o all scienziato che alla specifica arte o scienza che questi svolgono. Ciò attiene alla visione dell’artista e dello scienziato. La cosa particolarmente strana è che, mentre i benefattori sono le istituzioni più potenti del pianeta, artisti e scienziati spesso si considerano degli ousider. C’è qualcosa di quasi patologico negli artisti antiestablishment che cercano di far in modo che le loro opere siano presentate nei musei grazie al finanziamento dei benefattori.

Per il design e l’ingegneria gli altri sono l’Utente e il Cliente. Il cliente si presenta al designer o all’ingegnere con un problema e sborsa una parcella per vederlo risolto; il cliente fa la spunta e dice se il lavoro è stato fatto, se la richiesta è stata soddisfatta. L’utente è la persona che infine ha a che fare direttamente con l’artefatto concepito dal designer o dall’ingegnere. Per esempio, nelle arti grafiche il cliente è la persona che ordina di ideare un manifesto, che dice se va bene o se il carattere deve essere più grande, o robe del genere, e che sborsa il denaro quando il lavoro è finito. L’utente è la persona che vede il manifesto sul muro e che si spera reagisca andando al concerto. C’è molta polemica in questi ambiti tra cliente-centrismo e utente-centrismo del design/ingegneria, ma le interazioni tra utente e cliente sono importanti in entrambi i casi e possono produrre idee davvero magnifiche e deliziose.

Design senza arte, o ingegneria senza scienza, entrambi tenderebbero presto asintoticamente a diventare merce, e nel mondo globalizzato, se stai semplicemente producendo merce, sei morto. Imparare a scavalcare il muro e a portare pace tra colleghi, benefattori, utenti e clienti sono le due lezioni più importanti che io conosca per un’azienda.

Per molti anni ho partecipato a un programma allo Xerox PARC, un centro di ricerca scientifica, che aveva condotto alcuni artisti a lavorare insieme a degli scienziati. Il programma si chiamava PAIR (PARC Artist in Residence) e fu un discreto successo, forse perché artisti e scienziati sono molto simili. In seguito ho fatto lavorare insieme designer e scienziati. E questo ha avuto molto meno successo.

Credo sia stato perché gli scienziati sono convinti che i designer siano molto vicini al marketing e marketing vuol dire mentire, mentre la scienza è verità. Non potrebbe esserci differenza più profonda. E così, mentre sì, ognuno di noi copre tutt’e quattro le caselle della matrice, esse non sono uguali. Raramente vi capiterà di scambiare una conferenza d’arte con una d’ingegneria. Di rado lo studio di un designer viene scambiato con il laboratorio di uno scienziato.

Però sono proprio queste confusioni, secondo me, le cose più interessanti. E poi sono la storia della mia vita”.

- Rich Gold, Le leggi della Pienezza

Studiare i siti di social network in Italia

Qualche settimana fa Fabio Giglietto mi ha parlato di un nuovo progetto di ricerca a cui avrebbe lavorato il LaRiCA in vista del bando PRIN 2008. Una ricerca, strutturata in piena logica wiki, finalizzata allo studio dei social network in Italia.

Credo di aver atteso meno di un secondo prima di dichiarare a Fabio il mio interesse nel partecipare a un’iniziativa di quel tipo, e ora mi ritrovo a dare un contributo alla realizzazione del progetto.

Lo studio dei social network e, più in generale, dell’evoluzione del web 2.0 e dei social media ha occupato quasi a tempo pieno i miei interessi da 3 anni a questa parte. Un progetto del genere non può dunque che aiutarmi ad arricchire conoscenze e riflessioni su tali argomenti, anche in vista dell’ormai prossima tesi di dottorato.

In particolare, mi ha colpito l’approccio particolarmente aperto e collaborativo della ricerca, ben testimoniato dal blog di riferimento: come si legge nella presentazione del progetto, “l’iniziativa intende raccogliere tutti i docenti, i ricercatori (universitari e non), i dottorandi e le aziende interessate a comprendere l’impatto dei siti di social network sulla società italiana con l’obiettivo di promuovere una collaborazione su larga scala fondata sull’uso efficente dei media digitali”.

Per rendere ciò davvero possibile, ogni singolo elemento della ricerca è stato reso pubblico prima della presentazione uffciale, in modo tale che tutti i partecipanti possano sin da subito offrire il proprio contributo nel proporre nuove idee o modificare e migliorare i contenuti già esistenti. Questo vale tanto per il titolo quanto per l’oggetto d’analisi piuttosto che per la bibliografia di riferimento.

Al di là dell’approccio, è il tema generale della ricerca a risultare a mio parere quanto mai interessante, nonché problematico: studiare i siti di social network in Italia. Ciò significa provare ad analizzare da vicino un fenomeno quanto mai complesso e diversificato, sfruttando il supporto di strumenti d’analisi quantitativi e qualitativi. Al momento, fatta eccezione per qualche sporadico tentativo, non esiste ancora uno studio sistematico capace di fotografare il fenomeno su scala nazionale. La lacuna è ancor più grande sul versante dell’analisi qualitativa, troppo spesso messa ai margini dal tipo di ricerca che si è soliti fare in Italia – in ambito sia accademico che privato – su simili tematiche.

toc toc marketing

“Chi ha utilizzato il sistema dello spam di posta elettronica ha reso al consumatore un grande servizio: gli ha insegnato che può tranquillamente cliccare sull’opzione Delete. Proprio come il videoregistratore aveva insegnato a saltare gli spot pubblicitari senza doverli subire dall’inizio alla fine, così gli spammer hanno insegnato che si possono tranquillamente saltare gli annunci e i messaggi.

E quindi, com’è ovvio, i consumatori intelligenti oggi saltano gli annunci.

Nonostante questo, il marketing si ostina a spendere denaro in strumenti di interruzione perché rappresentano il mezzo tradizionale, sicuro e facile, ciò che il capo vuole e che i clienti si aspettano; ma assai raramente lo fanno perché tali strumenti garantiscono risultati positivi.

E mentre molte organizzazioni sprecano miliardi di dollari per interrompere gli estranei, alcune si danno da fare per costruire una base di permesso: il privilegio di fornire annunci attesi, personalizzati e significativi alle persone che desiderano riceverli.

Oggi il marketing impone che si usi rispetto nei confronti dei destinatari dei suoi messaggi“.

- Seth Godin, Meatball Sundae (Che pasticcio di marketing!)

Elettricità e Computing

“L’elettricità e il computing hanno una caratteristica in comune che li rende unici, anche all’interno di un gruppo relativamente ristretto come quello delle GPT (General Purpose Technology): entrambi possono essere erogati efficientemente a grande distanza attraverso una rete. Dato che non devono essere prodotti in loco, possono conseguire le economie di scala permesse dalla fornitura centrale.

Negli anni a venire un numero sempre maggiore delle attività di elaborazione dati che svolgiamo, a casa e in ufficio, verrà gestito da grandi centri dati situati su Internet. La natura del computing e le dinamiche economiche associate cambieranno altrettanto radicalmente di quanto avvenne per la natura dell’energia meccanica e le dinamiche a essa associate nei primi anni del secolo scorso.

La conseguenza che questo avrà sulla società – sul modo in cui viviamo, lavoriamo, apprendiamo, comunichiamo, ci divertiamo e addirittura quello in cui pensiamo – promettono di essere altrettanto sostanziali. Se la dinamo elettrica fu la macchina che diede forma alla società del XX secolo – quella che ci rese le persone che siamo – la dinamo informatica è la macchina che darà forma alla nuova società del XXI secolo“.

- Nicholas Carr, The Big Switch (Il lato oscuro della rete)

Polpette di carne con gelato

“Una contraddizione, un’idea disgustosa e inefficace. Il piatto rivoltante che si ottiene abbinando due ingredienti ottimi ma che semplicemente non stanno bene insieme.

Nella nostra metafora, le polpette sono il prodotto base di grande consumo, ciò di cui tutti hanno bisogno, ciò che in passato si pubblicizzava con straordinaria efficacia attraverso gli spot televisivi e altre tecniche proprie del mercato di massa.

Il gelato, magari con qualche nuvola di panna e qualche ciliegina sciroppata, è il nuovo marketing. MySpace, i siti web, YouTube, il permission marketing e le tecniche virali fanno parte di questa magica guarnizione.

Non è certo un caso se quasi tutti i marchi, i prodotti e le carriere che hanno avuto successo grazie al nuovo marketing sono novità fresche e accattivanti. Il nuovo marketing non sa cosa farsene delle poplette di carne, vuole che l’intera organizzazione si reinventi insieme ai suoi prodotti. Oggi il marketing non si occupa più soltanto di jingle, ma del pacchetto intero: ciò che diciamo ma anche il modo in cui lo diciamo. Il nuovo marketing è il nostro futuro. E, purtroppo, con le polpette non funziona tanto bene.”

- Seth Godin, Meatball Sundae (Che pasticcio di marketing!)

Semplicità: perché è importante

Quote from Presentazion Zen – 2:

Le nostre vite si perdono nel dettaglio. Semplificate, semplificate.

- Henry David Thoreau

(Garr Reynolds) Esiste un equivoco di fondo su cosa sia la semplicità e cosa significhi oggi essere semplici. Molti, per esempio, confondono il semplice con il semplicistico o con ciò che viene semplificato al punto da diventare ambiguo o fuorviante.

Ad alcuni la parola “semplice” fa pensare sempre a un processo di ipersemplificazione, che trascura le complessità di un problema e genera confusione ed evidenti falsità. Gli uomini politici sono avezzi a questo tipo di operazione.

Ma non è di questa semplicità che parlo. Quella a cui mi riferisco non nasce da una situazione di pigrizia o ignoranza, quanto piuttosto da un intelligente desiderio di chiarezza che giunge all’essenza del problema. Non è un obiettivo facilmente raggiungibile. La semplicità non è per nulla facile (p. 103).